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Taxi DriverTaxi Driver Psicodramma intimistico, spaccato del lato oscuro degli anni '70, vivido ritratto della decadenza americana post-Vietnam: Scorsese filtra Schrader, soggettista e sceneggiatore, e il risultato è un pilastro della storia del cinema moderno. Titolo originale: Taxi driver Nazione: Usa Anno: 1976 Genere: Drammatico Durata: 114' Regia: Martin Scorsese Cast: Robert De Niro, Jodie Foster, Albert Brooks, Harvey Keitel, Leonard Harris, Peter Boyle, Cybill Shepherd, Norman Matlock. Produzione: Julia Phillips, Michael Phillips New York: Travis Bickle, veterano del Vietnam in congedo, soffre d'insonnia e decide di impegnare le proprie notti facendo il tassista. Completamente disadattato ma idealista alla ricerca di uno scopo, l'uomo si invaghirà di una ragazza e le chiederà di uscire. Quando le cose tra i due andranno storte, Travis, definitivamente disilluso riguardo la società, si chiuderà in se stesso. Comincerà così per il tassista una claustrofobica discesa nel baratro della solitudine, in bilico sui margini della sanità mentale. Scorsese accompagna lucide ricostruzioni contestuali a ritmi ipnotici, dando vita ad alchimie capaci di avvolgere lo spettatore. Il senso di vuoto, di distanza, che permea la vita del protagonista è trasmesso con efficacia da ambienti e situazioni presentate; ogni inquadratura è coerente, a creare un tutt'uno coeso, uniforme nel dare spessore vivo alle atmosfere. La solitudine è ovunque nella jungla urbana, ma per Travis diventerà una vera e propria vocazione, elemento scatenante di un disturbo mentale latente; lo straniamento del protagonista arriverà ad essere totale e lo stato di primordiale libertà, così acquisito, libererà le pulsioni represse in una esplosione di violenza. Il genio è nel paradosso: dopo tortuose deviazioni, i binari della psiche porteranno ad esiti anomali ma riconducibili ad un estremo ideale di giustizia, impossibile da raggiungere per qualsiasi individuo "normale". Le confuse luci di New York filtrate da un parabrezza bagnato, fumose atmosfere dai sapori jazz: su inquietanti interrogativi, apertura e chiusura si ricongiungono, a serrare il cerchio tracciato da Scorsese. L'opera, presente come poche nella memoria collettiva grazie anche ad un grandissimo De Niro, è un inossidabile monumento al cinema. La vera storia di Jack Lo SquartatoreLa vera storia di Jack Lo Squartatore
Titolo originale: From Hell Nazione: Usa Anno: 2001 Genere: Horror/Mistero/Thriller Durata: 137' Regia: Albert Hughes, Allen Hughes Sito ufficiale: http://www.fromhellmovie.com Cast: Johnny Depp, Heather Graham, Ian Holm, Sophia Myles. Produzione: 20th Century Fox, Stillking, Underworld Entertainment. Distribuzione: 20th Century Fox
Trama: Il mistero di Jack Lo Squartatore, il più famoso, enigmatico e agghiacciante serial-killer della storia, che creò una frenetica atmosfera di terrore nella Londra di fine ottocento. Recensione: Capostipite di una lunga, e ancor'oggi interminabile, lista di efferati e crudeli assassini, Jack lo Squartatore è il serial killer più famoso, su cui si sono scritti fiumi di parole e realizzate infinite produzioni cinematografiche, la prima delle quali fu quella del grande maestro Alfred Hitchcock nel 1929. Protagonista indiscusso delle nebbie londinesi di fine '800, in cui si aggirava con discreta nonchalance e inenarrabile malvagità, lo Squartatore ha in realtà ucciso un numero piuttosto basso di vittime, cinque, e in periodo di tempo indubbiamente brevissimo: il suo primo omicidio avvenne il 30 agosto 1888 e l'ultimo l'8 novembre. Dei cinque delitti due vennero commessi nella stessa notte a soli 45 minuti di distanza l'uno dall'altro. I giornali non parlarono d'altro per mesi, trasformando rapidamente il mostro nella prima celebrità della stampa. Mentre la polizia brancolava imbarazzata nel buio, grandi personaggi come George Bernard Shaw dichiararono che Jack, con i suoi terribili omicidi, era il solo ad essere stato in grado di richiamare l'attenzione sui gravi problemi sociali dell'epoca. Il film dei fratelli Hughes, Allen e Albert, si ispira ad un popolare racconto a fumetti di Alan Moore della fine degli anni '90. Non inventa nulla, come non lo fanno i fumetti, e propone una volta ancora, la tesi dello Squartatore legato alla Casa Reale inglese. L'originalità del film non sta nella storia o nella sua tesi, e neppure nelle caratteristiche di alcuni personaggi, come il visionario oppiomane e alcolizzato ispettore Abberline, interpretato da uno straordinario Johnny Depp, ma e soprattutto nella visione "dal basso" della vicenda. Questa volta non si esce, se non raramente, dalle viuzze strette e maleodoranti del quartiere dell'East End londinese di Whitechapel, in cui si muove impunemente il mostro. L'occhio della macchina da presa è sempre rivolto alla realtà di quel quartiere in cui metà degli abitanti mendica e l'altra metà si prostituisce, in cui domina il grigiore delle pietre di strade e case e di esistenze senza speranza; segue le parole e i passi delle cinque prostitute che incroceranno, non poi così casualmente, il cammino di Jack. I due fratelli non si allontanano troppo dalla loro "specializzazione" cinematografica, il disagio urbano e sociale, e la combinano ad arte con le gesta raccapriccianti del mito "nero" più celebrato del nostro tempo. Nelle atmosfere fumose di sordide strade e squallide stanzette, rischiarate appena dalla luce incerta di candele e lampade a petrolio, si scontrano senza speranza di vittoria, il disincanto di Abberline e la follia di Jack. Dello scempio dei corpi delle cinque donne non si riuscirà a far giustizia, ma il passaggio di quel brutale mostro senza volto segnerà la nascita dell'era contemporanea, in cui si risolveranno i gravi problemi sociali e si darà spazio a nuovi e ancor più efferati omicidi. Valeria Chiari.
FILM DA NON PERDERE 2IL CORAGGIO DELLA VERITA'
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Edward Zwick
Sceneggiatura: Patrick Sheane Duncan
Fotografia: Roger Deakins
Scenografia: John Graysmark
Costumi: Francine Jamison-Tanchuck
Montaggio: Steven Rosenblum
Musica: James Horner
Prodotto da: John Davis, Joseph M. Singer, Davidt T. Friendly (USA, 1996)
Durata: 116'
Distribuzione cinematografica: 20TH CENTURY FOX
PERSONAGGI E INTERPRETI
Nat Serling: Denzel Washington
Karen Walden: Meg Ryan
Monfriez: Lou Diamond Philips
Tony Gartner: Scott Glenn
Generale Hershberg: Michael Moriarty
Ilario: Matt Damon
Altameyer: Seth Gilliam
Meredith Serling: Regina Taylor
Diretto da Edward Zwick, regista eclettico, già autore di commedie ("A proposito della notte scorsa", suo film d'esordio), film bellici (l'ottimo "Glory") e melò (il recente "Vento di Passioni") "Il coraggio della verità" è il primo film hollywoodiano ambientato in Iraq durante l'operazione "Desert storm" del 1991. L'ambientazione tuttavia è soltanto un pretesto per mettere in scena il conflitto interiore di un uomo in cerca di se stesso e dei valori di onestà, coraggio e libertà in cui credeva e che ha smarrito, complice l'ambiguità militar-politica. Denzel Washington è Nat Serling, un colonnello di fanteria che durante un'operazione militare a Al Bathra uccide per errore il suo migliore amico. Serling vorrebbe assumersi le sue responsabilità ma i suoi superiori lo invitano a rispettare la versione ufficiale fornita al governo, alla stampa e ai genitori dello scomparso: "deceduto durante un'azione militare". Il colonnello è riluttante a mentire ma viene incaricato dal suo diretto comandante di occuparsi delle indagini per l'assegnazione di una medaglia al valor militare (la più alta onorificenza militare in America) da consegnare postuma ad un coraggioso capitano deceduto durante un'azione. Un incarico di routine a cui Serling obbedisce malvolentieri. Tuttavia quando scopre che l'ufficiale in missione era una donna (Meg Ryan) e che le versioni dei suoi compagni contrastano nettamente tra loro, il colonnello inizia a sospettare che sotto quell'incarico di routine possa nascondersi una storia molto più complicata o persino una copertura. E così Nat si appassiona alle vicende della coraggiosa Karen in cui vede riflesse criticamente le sue azioni, fino ad arrivare ad un imprevedibile finale. Giocato tutto su due storie parallele, l'indagine che il militare Serling conduce, e la sua vita privata, "Il coraggio della verità" è un film insolito dal punto di vista narrativo. Lo spettatore, infatti, sa fin dall'inizio che la star protagonista (Meg Ryan) è morta: il mistero, secondo una regola narrativa tipicamente hitchcockiana, è scoprire come. Nel ricostruire i fatti la sceneggiatura di Patrick Sheane Duncan si ispira chiaramente a modelli narrativi già collaudati (con bel altra profondità però) come "Quarto potere" e "Rashomon": la verità ha più punti di vista e sta al protagonista (e allo spettatore) scoprire qual'è la vera. Un film ben scritto e ben interpretato il cui punto debole sta a nostro avviso nella scelta di Meg Ryan nei panni dell'intrepida elicotterista. Francamente abituati a vederla nei panni della fragile e adorabile Sally stentiamo a crederle vedendola indossare la divisa militare e il mitra.
FILM DA NON PERDERE
Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino Regia: Ulrich Edel Vietato: 14 Genere: Drammatico Tipologia: Disagio giovanile Soggetto: Tratto dal libro-intervista "Noi i ragazzi dello zoo di Berlino" di Kei Herman, E H. Rieck Musiche: David Bowie Interpreti: David Bowie, Natja Brunckhorst (Christiane), Thomas Haupstein (Detiev), Jens Kuphal (Axe), Christiane Reichelt (Babsi) Produzione: Solaris Mbh Origine: Germania Anno: 1981 Durata: 124' Trama: Christiane, una ragazza berlinese, vive con la madre e la sorella in uno squallido quartiere dormitorio. Sempre più sola perchè la sorella preferisce andare con il padre e la madre è totalmente presa dal lavoro e da un amante, cerca di evadere dalla triste realtà che la circonda. La sua amica Kessie la porta al "Sound", la discoteca più grande d'Europa dove conosce molti giovani coetanei e impara da loro a fumare e prendere l'L.S.D. Al "Sound" incontra Detlev, un ragazzo gentile e premuroso di cui s'innamora. Dopo qualche tempo Christiana si accorge che Detlev è dedito all'eroina, ma la scoperta anzichè smorzare i suoi entusiasmi trascina anche lei. I due gradatamente raggiungono lo stadio della tossicodipendenza e, per procurarsi la droga, cadono sempre più in basso e perdono ogni inibizione e senso morale. Quando cercano, in una scena di grande drammaticità, di liberarsi dalla schiavitù, e quasi ci riescono, è sufficiente riprendere i contatti con i compagni di un tempo per ricadere di nuovo preda della droga. Quando Christiane scopre che il Detlev tanto amato non è altro che un inibito e un succube si allontana per sempre. Verrà così curata e recuperata contrariamente a quanto invece accade ad alcuni suoi amici che saranno fatalmente vittime della droga. Critica 1: Storia vera di Christiane F. berlinese che diventò eroinomane a tredici anni e della sua caduta graduale agli stadi più bassi della tossicodipendenza. Tratto da un libro ricavato da 45 ore d'intervista con C.F.(...) Interessante come documento e testimonianza. Autore critica: Fonte critica Il Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli Critica 2: È una città lugubre e fredda quella che viene presentata fin dalle prime sequenze del film, con i casermoni della periferia di Berlino che connotano subito un luogo non ospitale in cui i rapporti umani non sembrano certo facilitati. Lo squallore urbano è confermato lungo tutto il film, che si svolge spesso per strada e in luoghi degradati, in particolare la stazione ferroviaria e le sue toilette o la metropolitana. Le uniche eccezioni sono i luoghi in cui i giovani protagonisti cercano il divertimento o l'evasione, soprattutto all'inizio del film: il Sound brulicante di suoni e di eccitazione, il grattacielo notturno che diventa una sorta di luogo magico prima della corsa a perdifiato sulle note di Heroes di Bowie: letteralmente, eroi almeno per una notte. Il degrado fisico si riflette anche sui rapporti umani, in particolare se osservato dal punto di vista privilegiato della protagonista tredicenne. La famiglia appare un nucleo destrutturato. Nonostante le apparenze, Christiane sembra soffrire molto la distanza nel rapporto con la madre, che di fatto è indifferente alla vita della figlia, e non coglie il suo progressivo cammino verso la disperazione. È emblematico il confronto con la madre della sua amica Kessi, che vedendo la figlia addormentata sulla banchina della metropolitana, l'apostrofa duramente e la riporta a casa, mentre Christiane rimane sola. In questo panorama desolato, si staglia il tema principale del film, ovvero il rapporto con la droga. In un vero e proprio processo formativo, seppur degenerativo, Christiane passa dalla semplice curiosità al coinvolgimento diretto, nonostante l'iniziale rifiuto. Convinta di poter gestire le sostanze assunte, si ritrova presto in un vortice che non controlla. Il film, con l'alibi del realismo, utilizza in modo spesso spettacolare i vari buchi che disseminano il percorso di Christiane e dei suoi amici, spesso con uno stile derivato direttamente dall'horror. Non appare un caso che il film proiettato nella saletta del Sound, quando per la prima volta viene offerta droga alla protagonista, sia La notte dei morti viventi, e che la metafora tra zombie e personaggi sia spesso utilizzata. L'uso della droga, soprattutto all'inizio, appare per Christiane come una sorta di iniziazione, necessaria per sentirsi simile al gruppo che ha intorno e per affrancarsi dalla fanciullezza - il suo primo vero buco è il "regalo" per i suoi quattordici anni - con l'illusione di poter scoprire una propria nuova dimensione interiore. In questo senso, il film offre molti spunti relativi alle dinamiche di gruppo, con un rovesciamento costante dei valori. Il gruppo non appare mai come entità positiva, utile per un confronto o per uno stimolo reciproco, ma piuttosto come rifugio in cui far assopire la propria fragilità a fianco di altre debolezze, accettando lo sballo come soluzione temporanea all'incapacità di far fronte alle difficoltà del quotidiano. Tale deriva influenza anche i rapporti personali che sembrano più intensi e sinceri. L'amore tra Christiane e Detlef vive momenti di tenerezza e di dolcezza e tra i due c'è una reale condivisione affettiva. Ma anche in questa dimensione la dipendenza dalla droga crea una barriera di incomprensione, sia per l'incapacità di Detlef di disintossicarsi - che lo porta a prostituirsi per avere i soldi della dose - sia per la voglia di emulazione da parte della protagonista, che a un certo punto vuole sentirsi più vicina al suo compagno anche attraverso la tossicodipendenza. Michele Marangi Autore critica: Aiace Torino Libro da cui e' stato tratto il film Titolo libro: Noi,i ragazzi dello zoo di Berlino Autore libro: Herman Kei,Rieck H. |
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