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    Fëdor Dostoevskij - Delitto e Castigo

     
    Delitto e castigo
     
    TRAMA
    Lo svolgimento dei fatti è quasi tutto a Pietroburgo, nel corso di un'afosa estate. L'epilogo invece si svolge nella prigione-fortezza di una località non espressamente nominata, sulle rive del fiume Irtyš (fiume del bassopiano della Siberia occidentale). Dovrebbe trattarsi di Omsk, ove era presente una struttura per lavori forzati, conosciuta bene da Dostoevskij per avervi scontato egli stesso una condanna.
    Il romanzo ha il suo evento chiave in un duplice omicidio a scopo di rapina: quello premeditato di un'avida vecchia usuraia e quello imprevisto della sua mite sorella più giovane, per sua sfortuna comparsa sulla scena del delitto appena compiuto. L'autore delle uccisioni è il protagonista del romanzo, un indigente studente pietroburghese chiamato Raskol'nikov, e il romanzo narra la preparazione dell'omicidio ma, soprattutto gli effetti emotivi, mentali e fisici che ne seguono.
    Dopo essersi ammalato di "febbre cerebrale" ed essere stato costretto a letto per giorni, Raskol'nikov viene sopraffatto da una cupa angoscia, frutto di rimorsi, pentimenti, tormenti intellettuali e soprattutto la tremenda condizione di solitudine in cui l'aveva gettato il segreto del delitto; presto subentra anche la paura di essere scoperto, che logora sempre di più i già provati nervi del giovane: troppo gravoso per lui è sostenere il peso dell'atto scellerato. Fondamentale sarà l'inaspettato incontro con una povera giovane, Sonja, un'anima pura e pervasa di una fede sincera e profonda, costretta però a prostituirsi per mantenere la madre tisica e i fratelli. La giovane offre alla solitudine del nichilismo di Raskol'nikov la speranza e la carità della fede in Dio. Questo incontro sarà determinante per indurlo a costituirsi e ad accettare la pena. Ma il vero riscatto avverrà per l'amore di Sonja che lo seguirà anche in Siberia. Il delitto era stato compiuto: non è stata la Siberia il castigo, ma la solitudine e la mancanza di vero amore.
    Oltre al destino di Raskol'nikov, il romanzo, con la sua lunga e varia lista di personaggi, tratta di temi comprendenti la carità, la vita familiare, l'ateismo, l'alcolismo e l'attività rivoluzionaria, con la pesante critica che Dostoevskij muove contro la società russa coeva. Sebbene rifiutasse il socialismo, il romanzo sembra criticare anche il capitalismo che si stava facendo strada nella Russia di quel tempo.
    Raskol'nikov reputa di essere un "superuomo" e che avrebbe potuto commettere in modo giustificato un'azione spregevole — l'uccisione della vecchia usuraia — se ciò gli avesse portato la capacità di operare dell'altro bene, più grande, con quell'azione. In tutto il libro vi sono esempi di ciò: menziona Napoleone molte volte, pensando che, per tutto il sangue che versava, faceva del bene. Raskol'nikov pensa di poter trascendere questo limite morale uccidendo l'usuraia, guadagnando i suoi soldi, ed usandoli per fare del bene. Sostiene che se Newton o Keplero avessero dovuto uccidere un uomo, o addirittura un centinaio di uomini, per illuminare l'umanità con le loro leggi e le loro idee, ne sarebbe valsa la pena.
    Il vero castigo di Raskol'nikov non è il campo di lavoro a cui è condannato, ma il tormento che sopporta attraverso tutto il romanzo. Questo tormento si manifesta nella suddetta paranoia, come anche nella sua progressiva convinzione di non essere un "superuomo", poiché non ha saputo essere all'altezza di ciò che ha fatto.
    RECENSIONE
     
    In Delitto e Castigo Dostoevskij mette in scena la rappresentazione delle più profonde pulsioni dell’animo umano. Ogni personaggio rappresenta non solo un carattere ma un’idea, (per esempio Sonja, personificazione dell’amore; Svidrigàilov, lussurioso e abbietto; Razumichìn che rappresenta il buon senso e la lealtà; e poi c’è la famiglia Marmeladov a raffigurare l’umanità più misera e sciagurata). La costruzione della trama è lineare e perfetta verso un crescendo di angoscia e disperazione. Il protagonista Raskòlnikov, attorno alla cui figura ruota tutto un mondo di uomini disperati, puri, gretti, meschini, oppure lucidi, perversi o giusti, è megalomane e spietato ma la sua enorme sofferenza, che egli prova pur rifiutandola, fa si che si senta pietà per lui e si speri nella sua espiazione.
    In questo, come in tutti i suoi romanzi, l’autore indaga la tragedia della libertà umana. E’ lecito uccidere una persona per fini superiori? Raskòlnikov, imbevuto di idee superomistiche, ne è fermamente convinto. Tuttavia quando deciderà di oltrepassare il limite estremo nel nome del proprio libero arbitrio, egli negherà il valore stesso dell’individuo e di ciò che più lo caratterizza: la libertà. In questo modo si troverà di fronte a un muro di nonsenso. E’ quasi un'altra cacciata dall’Eden: mangiata la mela, commesso il peccato, l’uomo conosce la disperazione. La narrazione procede inesorabile, opprimente. Incombono i destini tragici dei personaggi. Ma in questo lento percorso di tormento interiore e sofferenze fisiche Raskòlnikov si ostina a non pentirsi dell’azione commessa. “Egli si attribuiva un unico torto: quello di non avere sopportato il peso del proprio delitto ed essersi andato a costituire”.
    In Delitto e Castigo si rappresenta la natura dell’animo umano nei suoi istinti più estremi, eternamente in bilico fra Male e Bene, fra Giusto e Sbagliato, eternamente dubbiosa se auto-esaltarsi o credere in un ideale religioso, incerta fra il dubbio nichilistico e la fede. E forse proprio il popolo russo, così intrinsecamente spinto agli eccessi, è il soggetto ideale per simboleggiare i diversi istinti di questa umanità variegata. La girandola di ubriachi, pazzi, idioti e suicidi, miserabili e lussuriosi che animano una fosca San Pietroburgo oppressa dall’afa, forse è così credibile proprio perché si tratta di San Pietroburgo. “I russi hanno in generale delle vedute larghe, Avdòtja Romànovna, delle idee grandi come la loro terra e sono straordinariamente inclini al fantastico, al caotico. E’ però una sventura aver vedute larghe senza una vera genialità.”
    Ma quello che bisogna sottolineare è che qui non si racconta il delitto e la sua espiazione. Raskòlnikov possiede intelligenza e un tempo, forse, possedeva anche purezza, tuttavia lo vediamo cadere nella disperazione e non pentirsi; quasi perdere la ragione per via dell’angoscia e non pentirsi; lo vediamo mentire, delirare, soffrire e ostinatamente non pentirsi. Proprio la mancanza di pentimento è la chiave che mette l’uomo di fronte a sé stesso. Raskòlnikov si costituisce non perché redento ma perché oramai conscio del proprio fallimento: infatti egli non ha saputo accettare la sofferenza, anche se il solo fatto di provarne rileva la contraddizione. Infatti, se Raskòlnikov avesse davvero creduto alla propria teoria, non avrebbe sofferto perché lo scopo che l’aveva animato era un “fine superiore”. Allora, per l’autore l’uomo non può mentire a sé stesso ed è costretto a fare i conti con i propri impulsi trascendenti. Non siamo fatti di sola ragione.
    Così, ciò a cui si arriverà al termine di questo viaggio non sarà redenzione ma solo, finalmente, Consapevolezza, suggerita dalla luminosa immagine della steppa sconfinata e immutabile nell’aria fredda di un mattino siberiano: annunciazione della possibilità di una rinascita che, però, si intuisce non immediata, bensì futura. Immagine consolatoria, sì, tuttavia non rassicurante.

    (Recensito da Mescalina.it)


    J.T.Le Roy - Ingannevole è il cuore più di ogni cosa

    J.T.Le Roy - Ingannevole è il cuore più di ogni cosa

    Pochi scrittori diventano figure di culto fin dal romanzo d’esordio: uno di loro è J.T. LeRoy, che è riuscito a conquistare pubblico e critica riversando i suoi tormentati ricordi infantili ed adolescenziali in Sarah, un giovane autore che ha cominciato a scrivere su consiglio del proprio psicoterapeuta, per esorcizzare un passato di prostituzione, droga, alcool e violenza. Il debutto di J.T. LeRoy è stato talmente sorprendente che molti hanno ritenuto perfino eccessivo il suo talento letterario, al punto da metterne in dubbio l’esistenza (con la complicità della naturale ritrosia del giovin scrittore nei rapporti con i media) e da attribuirne gli scritti alla mano del suo mentore letterario, Dennis Cooper. Il suo secondo romanzo Ingannevole è il cuore più di ogni cosa – calzante titolo d’ispirazione biblica – ha però confermato l’istintiva vena letteraria dell’autore di Sarah, di cui il regista Gus Van Sant va approntando la relativa traslazione sul grande schermo. La formula dell’opera seconda di J.T. LeRoy è la stessa di Sarah, la struttura più affinata sotto il versante narrativo – non il ‘classico’ romanzo di formazione ma un romanzo ad episodi –, ed è cambiato il punto di vista principale, dato che questa odissea americana on the road è raccontata attraverso lo sguardo ingenuo e trasognato di un bambino. La storia è pura fiction, come ha precisato lo stesso autore, ma presenta numerosi punti di contatto con l’autobiografia di J.T. LeRoy: il piccolo Jeremiah, quattro anni, impara a (ri)conoscere la sua diciottenne madre biologica, Sarah, attraverso il folle sorriso di un pupazzo di Bugs Bunny. Sarah ha ottenuto la tutela del figlio ed è venuta a strapparlo alla coppia che finora l’ha amorevolmente allevato: per il piccolo protagonista comincerà così un allucinante viaggio tra le marginalità dell’America, dietro una madre ancora adolescente che passa dalle braccia di un boy friend all’altro e che per tirare avanti si prostituisce: un’esistenza randagia e desolante tra parcheggi per camionisti, roulottes che cadono a pezzi, balordi che si fabbricano la droga in cantina e notti desertiche illuminate dal bagliore delle stelle. Ingannevole è il cuore più di ogni cosa sorprende per la felicità simbolica che traspare pagina dopo pagina, dal noto coniglio della Warner Bros fino al carbone avvelenato, tra lacrime di pietra, mutandine con i pizzi, rossetti, babydoll, sangue, tampax capaci di assorbire il male, bambole e candeggina in grado di lavare i peccati. Il piccolo Jeremiah segue Sarah attraverso un lungo viatico di violenze fisiche e psicologiche, costretto a travestirsi da bambina per essere meglio accettato dall’ennesimo sfruttatore della madre, sempre pronta ad abbandonarlo per lo spostato di turno, o parcheggiarlo nella famiglia rigidamente ortodossa che l’ha ripudiata, tra le mani di un nonno predicatore che pratica la disciplina del dolore applicando alla lettera il messaggio biblico. L’insostenibile capacità di J.T. LeRoy di aprire squarci d'immenso con naturalezza, dando forma ed anima ai lati più oscuri dell’umanità, gli ha procurato uno stuolo di ammiratori eccellenti che per certi versi l’hanno adottato: LeRoy, tanto per usare un adagio da spot, piace alla gente che piace, tra cui l’inossidabile Tom Waits, Bono Vox degli U2, la cantautrice Suzanne Vega, Shirley Manson dei Garbage (che gli ha dedicato il brano Cherry Lips) ed ovviamente il regista di Will Hunting - Genio ribelle – il cui nome compare, con la madre Sarah, il dottor Terrance Owens, il nume letterario Dennis Cooper e la sceneggiatrice del film Patti Sullivan, tra i dedicatari di Ingannevole è il cuore più di ogni cosa –.

    iSABEL aLLEnde - d'amore e d'ombra

    ISABEL ALLENDE -

    D'AMORE E D'OMBRA

    Una storia vera, tragicamente vera come sanno esserlo solo le grandi vicende amorose. Forte ed appassionata come la scrittrice che ce la racconta, salvandola da un oblio davvero immeritato. “D'amore e d'ombra”, il secondo romanzo della cilena Isabel Allende, è un libro difficile da dimenticare. Numerose traiettorie parallele che si intrecciano sullo sfondo di una terra dalla bellezza mitica, ma oscurata da tremende disgrazie politico-sociali. Tante voci che, come un coro affettuoso e feroce, accompagnano la vita dei protagonisti fino al momento dell'inevitabile scelta finale. Difficilmente il lettore potrà sottrarsi allo scorrere vorticoso degli eventi e, più verosimilmente, soffrirà ed amerà come Irene e Francisco. Due giovani animati dal medesimo, e pericolosissimo, desiderio di verità. Lei giornalista emergente, lui fotografo ed inseparabile compagno di reportage vari, si ritroveranno coinvolti negli orrori della dittatura fino a pagarne le conseguenze più estreme. Testimoni scomodi di un regime totalitario, improvvisamente rigettati dal proprio stesso ambiente ma confortati da chi non può che apprezzare il loro coraggio. Solo la fitta rete di solidarietà, messa in piedi dagli oppositori politici e dalla chiesa locale, permetterà loro di sopravvivere continuando ad amarsi nonostante tutto. Piccole luci di speranza, come l'infinito affetto che gli anziani ospiti del pensionato gestito da Irene e dalla madre, riservano loro quotidianamente. Attori dimenticati alla disperata ricerca di un ruolo in un mondo che li ha già esclusi dal suo straziante spettacolo odierno. Angoli di cielo nel buio della notte opprimente del fanatismo. Freschi aliti di vento per risvegliare le coscienze dall'apatia e continuare ancora a sperare. Parole che obbediscono ad un ordine sacro impartito alla scrittrice dai protagonisti stessi: “Prendi, scrivi, così che il vento non possa cancellare”.

    Il piacere - Gabriele D'Annunzio

    Gabriele D'Annunzio

    Il piacere

    Image hébérgée par hiboox.com

    Il romanzo si apre al centro dell’azione narrata: Andrea Sperelli, il protagonista, è nelle sue stanze, in attesa dell‘ex amante, la duchessa di Scerni, Elena Muti, che ha accettato il suo appuntamento dopo una lunga separazione. Mentre pregusta la gioia che la visita dell’amante gli procurerà, Andrea ripensa al “giorno del gran commiato”. Elena lo ha lasciato senza una spiegazione, durante una gita romantica “fuori della Porta Pia”, adducendo come unico motivo il fatto che deve partire. I gesti e le parole di entrambi dimostrano che il loro amore non è finito; essi si amano e si desiderano come nei momenti più alti del loro rapporto, eppure quella inebriante relazione deve concludersi. L’attesa dell’incontro si prolunga, tra paure improvvise e ansie palpitanti; ma dentro di sé Andrea è sicuro che la messinscena predisposta avrà ragione di eventuali ritrosie di Elena, che nel frattempo si è sposata con un Lord inglese. L’arrivo di Elena pone fine alla lunga attesa: in quei luoghi, dov’è stata felice, la donna subisce il fascino del ricordo e delle cose predisposte dall’amante; ma cerca disperatamente di resistervi. Andrea, invece, abbagliato dal suo splendore presente quanto dal ricordo di una sfrenata passione, è più che mai intenzionato a farla nuovamente sua. La commozione e l’ardore che prova gli suggeriscono parole infiammate, seppur menzognere, tali da accendere l’animo della donna, che tuttavia continua a resistergli. Tanto che, quando l’amante fa diventare più pressanti le sue avances, non esita a porre la “domanda crudele” per fermarlo: “Soffriresti tu di spartire con altri il mio corpo?”. L’incontro tra i due si chiude su questa battuta. A questo punto inizia il viaggio a ritroso che ha per apertura la descrizione del protagonista: il conte Andrea Sperelli-Fieschi d’Ugenta. Rimasto signore di una discreta fortuna in giovane età per la morte del padre, è il nobiluomo alla ricerca del grande amore, educato “al culto della Bellezza”. L’incontro con Elena Muti, giovane vedova, fa presagire il raggiungimento della meta. Il loro è un amore annunciato: entrambi giovani, belli, liberi da vincoli, amanti dei piaceri della vita e squisiti cultori del bello in tutte le sue forme, non possono che arrendersi, e volentieri, alle circostanze. La loro conoscenza avviene durante un ricevimento organizzato dalla cugina di Andrea, Francesca d’Ateleta. L’indisposizione che colpisce Elena impedisce loro di vedersi per qualche giorno, ma l’impazienza di Andrea non conosce ostacoli, così si reca direttamente a casa della donna e viene ricevuto, a differenza dei precedenti visitatori, nella camera dell’inferma. Sarà lì che si consumerà per la prima volta il loro amore. Tuttavia, proprio quando l’amore tra i due è al culmine e la stagione primaverile, ingentilendo le cose, sembra preludere a una nuova fase del loro rapporto giunge l’addio di Elena, improvviso e immotivato. Il colpo inatteso tramortisce Andrea, che per reazione si lancia in una serie di avventure, agevolate dalla fama ormai acquisita di conquistatore. Naturalmente le “prede” sono tutte titolate e bellissime. Gettatosi a capofitto nel “Piacere”, non riesce a stordirsi a sufficienza, non tanto da dimenticare l’amata, delle cui seconde nozze gli giunge intanto notizia. Nel corteggiare Donna Ippolita Albonico trova ostacolo nella gelosia dell’amante della donna, tanto che i due rivali giungono a sfidarsi a duello. Dall’alto della sua migliore preparazione tecnica Andrea domina facilmente l’avversario, toccandolo a più riprese con lucida freddezza; ma un colpo fortuito e rabbioso del rivale lo tramortisce. Andrea trascorre la convalescenza nella campagna di Rovigliano, a villa Schifanoja, sotto le vigili cure di sua cugina, la marchesa Francesca d’Ateleta. Immerso nella contemplazione e nello studio, fra gli altri, dei libri sacri indiani, si purifica, rinnegando la vita precedente, il piacere, il desiderio e gettandosi nuovamente nella fatica-ebbrezza della composizione. Intanto giunge a Schifanoja un’amica di Francesca, Donna Maria Ferres, la moglie del ministro plenipotenziario di Guatemala. La sua cosa più bella sono i capelli, il suo amore più dolce è per la figlia, il suo aspetto è monacale, la sua ritrosia è assoluta: è insomma l’esatto contrario di tutte quelle donne che sono passate nel letto e nel cuore di Andrea e proprio per questo egli fortemente se ne invaghisce, pur continuando inconsciamente a pensare ad Elena. Nel dichiararsi Andrea sceglie attentamente le sue parole: contenute nella forma e negli atteggiamenti; pronte per essere interpretate come irresistibile slancio passionale, ma contemporaneamente del tutto rispettose e testimoni della disposizione al sacrificio, alla rinuncia. L’ingenua e casta Maria è in grande affanno, travolta dagli eventi che la vedono in bilico tra una prudenza radicata e il turbine di sensazioni nuove e sconvolgenti da cui non sa difendersi. L’alternata presenza della figlia può ancora toglierla d’impaccio, lasciando Andrea senza una risposta, senza un’indicazione certa dei suoi sentimenti. Tanto che d’Annunzio, pur avendo fatto ampiamente intuire il turbamento della donna e presagire il suo cedimento, ricorre a questo punto ad un espediente narrativo, inserendo nel testo pagine di diario della Ferres, che ripercorrono le stesse vicende, più alcune seguenti, fino alla partenza di tutti gli ospiti da villa Schifanoja. Così si apprende che Maria si illude che il rapporto con Andrea, da cui è fortemente tentata, possa avere un suo percorso silenzioso, del tutto platonico e neppure manifestato, ma Andrea incalza l’amata, non le dà tregua, rinnova le sue profferte d’amore trasformandole in moto passionale incontenibile: Maria, infine, è costretta a confessare il proprio amore. Quando ancora non si è ripresa dallo choc di avere dovuto rivelare il suo terribile segreto, un altro dolore giunge a tormentarla: si rende conto infatti che Francesca, l'adorabile amica, soffre in silenzio per suo conto della situazione, essendo segretamente innamorata del cugino. La partenza da Schifanoja viene vista da Maria come una fuga salutare ed opportuna ma al tempo stesso come frutto di sofferenza per l’abbandono di Andrea, profondamente amato. Andrea, tornato nel pieno delle sue forze, si reca nuovamente a Roma. Ancora un po’ toccato dal ricordo di Maria Ferres, mette da parte ogni scrupolo e si getta nella vita di un tempo con un entusiasmo sforzato. Il ritorno in grande stile al Piacere non soddisfa più di tanto Andrea: donne, bella vita, Roma, Londra e Parigi, gli lasciano ora un senso di vuoto e di nausea; ciononostante non riesce a distaccarsene. E’ a questo punto che l’azione prende il giusto andamento cronologico; l’incontro con Elena Muti riporta infatti il livello narrativo al momento originario, all’indomani dell’incontro col quale si era aperto il romanzo. Soltanto adesso Andrea viene a sapere il reale motivo per cui Elena lo ha abbandonato: la donna, sull’orlo di una gravissima crisi finanziaria, ha potuto trarsi d’impaccio solo grazie a un matrimonio d’interesse con Lord Heathfield, un ricchissimo nobiluomo inglese. Ora nel suo animo si consolida l’idea di un’Elena crudele e ingannatrice: quasi per contrasto, allora, ritorna l’immagine dolce di Maria Ferres e le due donne, come già è avvenuto, tendono a sovrapporsi. Tuttavia la passione per la vecchia amante è troppo forte e lo Sperelli si ripromette di conquistarla nuovamente, senza la pretesa di ritrovare un amore che, nella sua più completa accezione, è ormai perduto. Una sera viene a sapere che Maria Ferres è appena tornata a Roma. Il giorno successivo, l’incontro con la donna conferma che lei è ancora innamorata, anche se perdura una ferrea volontà di opporsi al suo desiderio. Ma Andrea ha ormai ben compreso quel carattere, per cui non corre il rischio di rovinare tutto con mosse premature. Programma quindi innocenti incontri, come la presenza ad un concerto cui assiste casualmente anche Elena. Egli sembra scorgere in entrambe della gelosia: l’insistenza di Maria nel sottolineare la bellezza della Muti, così come l’invito di quella nella propria carrozza, dopo che Maria se né andata ne sono la conferma. E infatti, dopo tanto ritrosia e freddezza, Elena lo bacia appassionatamente. Seppur attratto dall’improvviso bacio di Elena, la preda più ambita continua ad essere la Ferres, nei confronti della quale Andrea prosegue l’opera iniziata senza alcuno scrupolo, senza preoccuparsi delle continue menzogne e della perdizione cui conduce se stesso e la donna. Intanto Elena, un po’ misteriosamente, lo invita per la notte davanti al suo palazzo: tuttavia la trepidante attesa non è ricompensata dall’arrivo della donna che ritorna a casa senza poi recarsi dall’amante. Le rose bianche predisposte per l’amore, in perfetta sintonia con la nevicata notturna, andranno allora a rendere il doveroso omaggio altrove, gettate a fascio davanti alla porta della Ferres. La donna, quasi in attesa di un simile gesto in una notte come quella, sta spiando dai vetri la strada sottostante: vedere l’amato compiere un tale gesto la convince dell’inevitabilità di quel rapporto. Per questo i loro incontri si intensificano, permettendo ad Andrea di condurla sugli itinerari preferiti dal suo cuore, quegli stessi su cui aveva condotto per mano Elena, appena due anni prima, nei giorni del loro amore. Non bastano al conte le crescenti dimostrazioni d’affetto di Maria per dimenticare l’amante infedele. L’inutile attesa nella carrozza ha ancora di più esacerbato il suo desiderio. Così egli si trova a dovere sopportare le manie di raffinato collezionista del marchese suo consorte, pur di avere occasioni per starle vicino, per chiedere spiegazioni e riallacciare i contatti. La rabbia e il disgusto sono tali che Andrea giunge a pianificare di uccidere lui, possedere lei e poi uccidere se stesso. Nel frattempo Maria ha finalmente ceduto, ma la mente di Andrea, ora che possiede il corpo di Maria, ritorna inevitabilmente e in modo ossessivo a quello di Elena. La Ferres diventa quindi soltanto un inconsapevole strumento per placare la sua smania, tanto che subisce la violenza dell’amante, reso quasi pazzo dal ricordo della Muti. Continuando a frequentare il bel mondo, Andrea viene a conoscenza del grave scandalo che sta per travolgere don Manuel Ferres, sorpreso mentre barava al gioco. Chi gli racconta il fatto è proprio il giovane gentiluomo che sta per prendere il suo posto come amante della Muti; il tarlo di quel mancato possesso, in presenza di chi invece ne potrà godere, lo rode ancora più atrocemente. L’amore di Maria gli è ormai quasi indifferente, se non nella misura in cui approfitta del suo corpo per illudersi di possedere l’altra. Intanto Maria deve affrontare la bufera dello scandalo legato al marito; ai molti debiti risponde con la messa all’asta dei suoi beni, mentre il cuore si concentra sempre più sull’amante, che è l’unico a non averla abbandonata a se stessa, seppur per motivi che lei neppure lontanamente sospetta. Cerca quindi di ricevere da quel rapporto tutte le dolcezze possibili prima di una separazione che sente come definitiva, nonostante le promesse di Andrea. Non mancano tra i due momenti di struggente tenerezza, anche se l’amante, preso dalla sua folle necessità di sovrapporre l’immagine delle due donne, la costringe spesso ad amplessi furibondi. Andrea, egoisticamente e brutalmente, giunge al punto di morsicarla con violenza durante l’amore per trattenere in gola il nome di Elena. Andrea è talmente ossessionato che, ricevuta in confidenza la conferma che Elena ha ormai un nuovo amante, la segue mentre si reca all’appuntamento d’amore. Poi, con la morte nel cuore e l’immagine di lei nella mente, attende Maria per scaricare su di lei il suo impossibile sogno. Ma stavolta Sperelli è troppo fuori di sé, tanto che il nome così lungamente trattenuto gli sfugge di bocca. Maria, in un attimo, comprende tutto; piena di orrore e di pena se ne va, mentre Andrea disperandosi cerca inutilmente di trattenerla. E’ l’epilogo. Lo Sperelli è consapevole del completo fallimento della sua vita, nonché della crisi irreversibile di quel mondo fatato in cui ha condotto l’esistenza.

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    DA LEGGERE

    SUSANNA KAYSEN - LA RAGAZZA INTERROTTA

     

    A cura di O. Fatica

    STORIE VERE

    Esperienze 16;

    pp. 166;

    Decima edizione

    Euro 7,80

    ISBN 88-7818-827-1

    Prima edizione 2000

    «La gente ti chiede: come ci sei finita? In realtà, quello che vogliono sapere è se c’è qualche probabilità che capiti anche a loro. Non posso rispondere alla domanda sottintesa. Posso solo dire che è facile.» A diciotto anni Susanna Kaysen, dopo una sommaria visita di un medico che non aveva mai visto prima, viene spedita in una clinica psichiatrica. Passerà i due anni successivi nel reparto adolescenti del McLean Hospital, noto per i suoi pazienti famosi (Sylvia Plath, James Taylor e Ray Charles, tra gli altri) e per i metodi di cura all’avanguardia. La sua storia, raccontata con tono distaccata, a volte comicamente beffardo e sempre autoironico, riesce nell’impresa di trasmetterci il senso di un esperienza che in genere può essere compreso soltanto da chi l’ha vissuta. Una storia vera e commovente dalla quale la Columbia Pictures ha tratto il film Ragazze interrotte, con Winona Ryder e Angelina Jolie

    «Cronaca retrospettiva di una vertigine mentale, questo scritto è dolce, poi inspiegabilmente divertente, poi terrorizzante nella sua precisione scientifica, nella descrizione medica del male. Solo la sofferenza dei malati permette tanta conoscenza dei termini medici, quasi a volersi impossessare del sapere nel tentativo di governare la malattia, di sedare l'angoscia del non sapere come fare ad uscirne.»

    Stradanove

    Susanna Kaysen, americana, vive a Cambridge, Massachusetts. Ha pubblicato diversi romanzi.